[FILM] Gli esclusi: Qual è il miglior atteggiamento educativo?

A cosa serve il film?

Gli esclusi, un film uscito negli schermi nel 1963 e ambientato durante la guerra fredda fra USA e URSS ci aiuta a riflettere sulle relazioni che possono sussistere fra un sistema politico e un sistema educativo ma non solo, ci aiuta soprattutto a capire le differenze fra atteggiamenti educativi opposti.

Chi sono i protagonisti?

I protagonisti sono lo psichiatra Mattehew Clarck, l’assistente Miss Jean Hansen, un bambino di nome Ruben Widdicombe, mentalmente ritardato e i suoi genitori.

Ruben è un bambino in attesa, in perenne attesa di attenzioni da parte di adulti che sappiano prendersi cura di lui, in particolare dei suoi genitori, che l’hanno portato e abbandonato in un Istituto.

Il dottor Clarck educa con metodi rigorosi mentre Miss Hansen si propone con un atteggiamento troppo materno, che ostacola il possibile e progressivo guadagno dell’autonomia.

Dal punto di vista didattico nell’istituto si attua un insegnamento trasmissivo, solo durante le attività manuali i bambini lavorano da soli, isolatamente.

Il dottore è tenace, fermo e deciso, quando interroga non si arrende finché non ottiene risposte pertinenti, è inoltre fiducioso nei confronti dei bambini.

E’ opportuno punire un bambino che si rifiuta di svolgere un compito?

Quando Reuben si rifiuta di dipingere, il dottore decide, dopo vari tentativi, di mandarlo fuori dalla classe. La scelta della punizione non è da vedersi come un segno di disattenzione, di incuria o addirittura di crudeltà, come tende ad interpretare Miss Hansen, al contrario, come un gesto di sfida per innescare una reazione positiva nel bambino, affinché decida di accettare le cure e le opportunità offerte dall’istituto. Senza dubbio, questa parte del film ci permette di discutere apertamente sull’utilizzo delle punizioni. Quando e come utilizzarle?

Con quale metro si dovrebbe misurare?

Il momento in cui il dottor Clarck dialoga con due funzionari statali in visita per valutare il funzionamento e l’utilità dell’istituto ci permette di capire che ogni persona è misurabile anche in rapporto alle sue proprie disposizioni e capacità.

Ogni tentativo di misurazione sulla base di standard ritenuti oggettivi è potenzialmente lesiva del rispetto e della considerazione che ogni persona merita in quanto tale, nonché al suo proprio, personale, stadio di sviluppo.

La personalità di Miss Hansen

Ella non ha una personalità definita come educatrice, parla di fallimenti e non di sconfitte, crede che da sola, con il suo affetto e le sue cure, possa aiutare Reuben ma questo modo di ragionare la porta invece a voler gettare la spugna, oppone dunque resistenza al cambiamento.

Ciò che anima Miss Hansen sembra essere un confuso e indistinto desiderio di fare del bene, generato da una voglia di riscatto rispetto ai suoi problemi esistenziali. La donna non ha ancora fatto pace con sé stessa, non ha ancora trovato un senso alla sua vita e non ha sfruttato bene un senso di colpa che avrebbe potuto aiutarla a capire come ci si accinge ad aiutare gli altri. Il successo non può essere la regola necessaria.

Ella si comporta secondo un modello di moralismo che la conduce molto spesso a giudicare sia l’operato del dottor Clarck che dei genitori di Reuben.

In qualche modo ella si fa catturare dalla personalità del piccolo e vi sprofonda.

Quando Miss Hansen incontra mediante un sotterfugio la madre di Reuben commette tutti gli errori che si possono compiere quando si cerca di comprendere una persona in difficoltà: interpreta i sentimenti e i comportamenti della mamma, li giudica e la costringe a prendere una decisione.

Il dottor Clarck

Il dottore adotta nei confronti di Reuben un atteggiamento di costante attenzione ma è allo stesso tempo estremamente rigoroso e risoluto. Nel suo agire si denota un certo distacco emotivo. Egli lavora con la certezza che non potrà risolvere tutti i problemi, vuol far sperimentare al bambino la solitudine, pronta ad essere colmata con la sua riammissione nel gruppo, se solo egli cambierà atteggiamento. Poco sembra importare al dottore se Reuben non sa capire fin da subito il messaggio che gli vuole inviare.

Il dottore impegna tutto sé stesso per assolvere alla sua funzione, adoperando anche tutto il corpo per educare.

Accanto ad un bambino che attende, c’è un educatore che risponde a sua volta con un’attesa paziente e nello stesso tempo preziosamente tenace.

Ringraziamento e Considerazioni

In ultima analisi voglio ringraziare il prof. universitario Alberto Agosti per avermi regalato una copia del suo libro: “Pratiche didattiche sullo schermo” edito dalla FrancoAngeli, libro dal quale è stato tratto questo articolo.

Io personalmente non ho ancora visionato questo film, voglio però esprimere il mio parere in merito alla questione educativa sollevata. Reputo che non esista un atteggiamento educativo universalmente valido, né il dottore, né l’assistente sembrano aver maturato un equilibrio tra il rigore e l’amorevolezza. Occorre sapersi rapportare in ogni situazione cercando sin da subito un contatto umano e allo stesso tempo predisporre materiali e situazioni che permettano al bambino di esprimersi autonomamente, valorizzando i suoi punti di forza e rinforzando ciò che ancora non è stato ben acquisito.

Occorre stabilire delle priorità, lavorare in maniera graduale, per obiettivi, tenendo sempre sotto controllo l’emotività del bambino, aiutandolo a gestire i momenti di difficoltà, accettando i suoi stati d’animo, anche quando non produttivi.

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Francesco Valeriani

Creatore di questo sito, docente di sostegno in ruolo, ha conseguito la Laurea in Scienze della Formazione Primaria, la Specializzazione per il Sostegno e un Master in Tecnologie dell’Istruzione e dell’Apprendimento. Ha svolto l’incarico di Funzione Strumentale alle Nuove Tecnologie nell’a.s. 2014/2015, è un Animatore digitale certificato EIPASS.